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17 febbraio 2008

Vorremmo solo che portasse rispetto

 L’Avvenire di venerdì 15 febbraio ha pubblicato un commento di Francesco Ognibene che la dice lunga sull’onestà intellettuale degli antiabortisti. L’articolo si riferisce al dramma di Silvana, la donna “colpevole” di aver abortito al Policlinico di Napoli. L’occhiello gioca sull’equivoco affermando che non si è trattato di un blitz della polizia ma di “un intervento per ricostruire una tragedia consumata dentro il bagno di un ospedale”. Ora, se c’è una cosa positiva in questa drammatica vicenda è proprio il fatto che Silvana non doveva abortire clandestinamente dentro un bagno circondata da mammane prezzolate o compiacenti, bensì in un ospedale con tutti i crismi di civiltà imposti da quella legge, la 194, che non piace a Bagnasco e Ruini. Nessuno può ragionevolmente negare che si sia trattato di un blitz: sono intervenuti 7 agenti e la donna è stata interrogata appena uscita dalla sala operatoria, come lei stessa ha raccontato: “Io non capivo cosa stava succedendo, ero ancora sotto l´effetto della narcosi. Sono stata massacrata, un terzo grado: come era successo, perché avevo abortito, chi era il padre. Addirittura se avevo pagato”. A un trattamento del genere non mi risulta sia mai stato sottoposto nemmeno il più sanguinario dei criminali. L’intervento della polizia è stato definito "Un'aggressione inaccettabile" persino dalla Senatrice Binetti. Ma per Ognibene si è trattato soltanto di “un atto dovuto realizzato con rispettosa cautela, e in presenza di una grave denuncia”. Dovuto a chi? Ad un denunciatore nascosto dietro l’anonimato? L’imbarazzo che traspare dalle dichiarazioni del PM Russo - <<l'uomo che ha telefonato ai carabinieri, si è qualificato con nome e cognome e lavora nel nosocomio. C'è una verifica in corso ma credo che questa persona abbia fornito delle generalità veritiere>> - contraddette da quanto ha affermato il Procuratore Lepore altrettanto imbarazzato - <<era un telefonata anonima, non ha fornito nome e cognome ma era talmente circostanziata che non appariva infondata>> - confermano che l’intervento è stato a “gamba tesa”. Ciò di cui dobbiamo scandalizzarci, secondo Ognibene, è invece la “fretta di usare il caso e dare la colpa al clima di intolleranza”. Già, perché per l’opinionista dell’Avvenire le dichiarazioni allarmate di molti rappresentanti delle istituzioni e le iniziative spontanee a cui le donne hanno dato vita in tante città d’Italia non sono manifestazioni di solidarietà a Silvana, ma solo un “uso spregiudicato della sua storia nel dibattito politico, nell’informazione, nelle piazze”. Evidentemente a Ognibene è sfuggita la dichiarazione del Presidente dell’Associazione Medici Cattolici, Saraceni: “La vicenda di Napoli è spiacevole e allarmante. Le donne che abortiscono vivono già questa esperienza come un dramma profondo, è inammissibile che si ritrovino le forze dell'ordine all'uscita della sala operatoria”. Se ragionassimo come Ognibene dovremmo credere che anche il cattolicissimo Saraceni abbia rilasciato “dichiarazioni al limite dell’isteria” e partecipato ad “una campagna mediatica con punte di violenza verbale da lasciare senza fiato”. A me, invece, toglie il respiro la furia devastatrice di Ognibene, che calpesta la verità dei fatti e insulta la dignità di Silvana e, con lei, di tutte le donne. Prende spunto da una frase della donna - << E che altro avrei potuto fare? Non ho avuto il benché minimo dubbio, è stata una decisione istantanea.>> - per lanciare la sua crociata contro le istituzioni sanitarie che, secondo lui, l'avrebbero lasciata sola di fronte ad una decisione tanto drammatica. Per Ognibene la mancanza di “alternative” in cui si è trovata la trentanovenne napoletana è il segnale “che qualcosa di decisivo nel sistema che avrebbe dovuto accompagnarla e sostenerla è stato tragicamente assente”. Non gli passa minimamente per la testa che di fronte ad una diagnosi inappellabile (alterazione cromosomica che nel 40% dei casi dà origine alla Sindrome di Klinefelter) una donna possa decidere, con dolore, di non mettere al mondo il figlio che pure tanto desiderava. E così, dando sfoggio di ars retorica, Ognibene ci chiede: “Chi le garantisce che si batterà perché a farsi carico di lei e del suo bimbo forse 'imperfetto' ci sia anche lo Stato?”. No, non gli passa per la testa che si possa decidere di abortire in piena consapevolezza, in piena coscienza e soprattutto per amore. Solo chi è accecato dal fondamentalismo religioso può travisare il senso delle parole di Silvana: “Mai avrei messo al mondo, da sola tra l´altro visto che non sono sposata, un bimbo che poi avrebbe sofferto per il resto della vita. E non mi si venga a parlare di egoismo, la mia è stata una scelta che va nella direzione opposta”. Non pretendiamo che Ognibene capisca, vorremmo solo che portasse rispetto.

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